Le cose che Einstein amava di più dell’Italia erano gli spaghetti e Tullio Levi Civita

Un racconto di Storie Scientifiche per il CREF.

Tullio Levi-Civita nasce il 29 marzo del 1873 a Padova. Matematico, è noto soprattutto per i suoi lavori sul calcolo tensoriale e sulle sue applicazioni alla teoria della Relatività Generale. Lo stesso Einstein elogiava Levi-Civita, affermando:

“Ammiro il Suo metodo di calcolo. Deve essere bello cavalcare sul cavallo della vera matematica, mentre uno come me deve accontentarsi di procedere a piedi”.

In un’altra occasione, quando fu chiesto a Einstein cosa amasse dell’Italia, rispose: “Spaghetti and Levi-Civita”.

Nato in una facoltosa famiglia ebraica, si laureò in matematica all’Università di Padova nel 1892 con una tesi dove estese alcuni risultati ottenuti dal suo relatore, Gregorio Ricci Curbastro (“ideatore” del Tensore di Ricci, uno strumento matematico essenziale per la formulazione della Relatività Generale).

Ottenne la libera docenza nel 1894 e solamente quattro anni dopo, nel 1898, fu nominato professore di ruolo per la cattedra di Meccanica Razionale all’Università di Padova; mantenne questo posto per i successivi vent’anni. In questa disciplina diede notevoli contributi, scrivendo uno dei più importanti trattati in lingua: “Lezioni di Meccanica Razionale”, in collaborazione con Ugo Amaldi, padre di Edoardo.

Negli anni trascorsi a Padova iniziò una corrispondenza, tra il 1915 e il 1917 con Einstein. Nelle loro lettere il tema principale era uno ed uno solo: il calcolo tensoriale. Fu così che Levi-Civita divenne il principale sostenitore e promulgatore della teoria relativistica in Italia, nonché l’autore della Prefazione della prima opera di Einstein tradotta in italiano, “Sulla teoria speciale e generale della relatività”.

Dopo la Grande Guerra accettò il posto all’Università La Sapienza a Roma, dove divenne titolare della cattedra di Analisi Superiore e successivamente titolare del corso di Meccanica Razionale.

Gli sviluppi recenti della teoria fisico-matematica lo portarono a dedicarsi ad alcuni aspetti matematici della teoria quantistica, in particolar modo sulla teoria degli invarianti adiabatici (proprietà di un sistema fisco per la quale tale sistema rimane approssimativamente costante quando i suoi cambiamenti avvengono in un lasso di tempo sufficientemente lungo), dove sviluppò un primo studio approfondito dopo i primi abbozzi di Paul Ehrenfest.

Nel 1931 con la situazione politica in Italia, nonostante fosse contrario alle idee fasciste, prestò il giuramento di fedeltà ma “con riserva”, scrisse cioè al rettore affermando che “in alcun modo avrebbero modificato l’indirizzo del proprio insegnamento”. Nel 1936 si recò per presenziare ad una serie di lezioni negli Stati Uniti ad Harvard, Princeton (dove incontrò più volte Einstein) e Houston. In un’intervista rilasciata a un quotidiano, espresse delle dichiarazioni sulla politica italiana che furono bollate come sovversive dal consolato e fu richiamato in Italia. Grazie, forse, alla sua fama internazionale, non furono presi provvedimenti di alcun tipo ma gli fu impedito di recarsi a Oslo per il Congresso Matematico Internazionale che si sarebbe tenuto lo stesso anno.

Nel 1938 furono emanate le leggi razziali e, come molti altri docenti ebrei, fu rimosso dal suo incarico. Pio XI lo nominò, il 28 ottobre del 1936, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, permettendogli di avere uno stipendio e di continuare i suoi studi in Italia. Ma questa situazione lo portò a una profonda crisi e a un successivo isolamento forzato. Morì, completamente isolato dal mondo scientifico, nel suo appartamento a Roma il 29 dicembre del 1941.

Le onorificenze ricevute sono innumerevoli: membro di tutte le principali accademie scientifiche nazionali e internazionali (Gottinga, Parigi, Lisbona et cetera), la Royal Society di Londra gli conferì nel 1922 la medaglia Sylvester (premio assegnato ogni tre anni per incoraggiare la ricerca matematica) e fu riconosciuto come membro straniero nel 1930.