Facebook ha da tempo superato i 2 miliardi di utenti attivi mensili, in testa alla classifica dei siti di social network più popolari al mondo. Già dal 2016 i Dizionari di Oxford hanno annunciato “post-verità” come Parola dell’anno 2016 internazionale. Questo termine è stato definito come un aggettivo: “relating to or denoting circumstances in which objective facts are less influential in shaping public opinion than appeals to emotion and personal belief “. La parola “post-verità” è stata ampiamente usata per parlare di eventi come la Brexit, le elezioni americane del 2016 e, tendenzialmente, per definire il concetto alla base di quei processi che nella società contemporanea hanno prodotto l’emergere di fenomeni anomali nell’interpretazione dei fatti.

L’information overload, quello stato in cui gli utenti si trovano immersi in un mare di informazione, ha fatto sì che i social media diventassero evidentemente una delle principali fonti di informazioni. All’interno dei social media, però, i meccanismi che alimentano il concetto di post-verità, conducono gli utenti alla distorsione e radicalizzazione della propria opinione. Studi recenti hanno scoperto una tendenza umana online ad acquisire informazioni aderendo al proprio sistema di credenze. A rafforzare le credenze che si formano in determinati gruppi di persone è la frequente proposta di contenuti congeniali ai loro interessi. In questo scenario, le informazioni dissenzienti di solito vengono ignorate la possibilità del fact-checking risulta essere fortemente limitata.

Negli ultimi anni è stato introdotto un algoritmo, PopRank, impiegato, tra le altre cose, per valutare sia l’impatto delle pagine Facebook che il coinvolgimento degli utenti sulla base delle loro interazioni reciproche. L’algoritmo può prevedere il numero di commenti che una pagina riceverà e il numero dei suoi post. È possibile, così, quantificare ed analizzare quanto avviene nella correlazione tra gli utenti ad alto coinvolgimento e le pagine ad alto impatto per gli stessi utenti.